Autore: Renato Cappon

Facebook: è l’ora dell’autocritica

L’aria sta cambiando per i social network. Nel corso degli ultimi mesi si sono susseguiti i ‘coming out’ di ex manager che puntavano il dito contro l’uso di queste piattaforme, a riflettere ora sono due stessi ricercatori di Facebook.

“Passare il tempo sui social media ci fa male?”, è il titolo di un post ufficiale pubblicato da David Ginsberg, direttore della ricerca, e Moira Burke, ricercatore di Facebook. Continue reading “Facebook: è l’ora dell’autocritica”

Intesa San Paolo e Samsung Pay

Intesa Sanpaolo accelera nel settore dei pagamenti in mobilità, siglando un’alleanza con Samsung per il sistema Samsung Pay, già diffuso in 18 Paesi, che viene ad ampliare l’offerta della banca già esistente in questo settore, che in Italia ha ancora grandi margini di crescita. Massimo Tessitore, responsabile della Direzione Multicanalità integrata di Intesa Sanpaolo, ci ha presentato così l’accordo.

“Noi – ha detto ad askanews – siamo fuori già da più di un anno con PayGo, che è la soluzione che permette a tutti i possessori di cellulari Android, i cosiddetti NFC, quindi contactless, di pagare in tutti gli esercizi che hanno un POS contactless qualsiasi loro acquisto. Da oggi entriamo anche con Samsung Pay, una soluzione che abbiamo adottato perché ci piace fare partnership con grandi player internazionali, in cui i possessori di cellulari Samsung di ultima generazione potranno avere un’esperienza ancora più semplice e soprattutto pagare su qualsiasi POS”.

A livello pratico l’operazione è stata concepita per essere il più semplice possibile, con una procedura interamente gestibile dall’utente.

“Il nostro cliente che ha già una carta di credito e ha già la nostra app – ha spiegato Tessitore – va sul servizio PayGo, si trova già le carte che ha a disposizione e che sono virtualizzabili, quindi inseribili dentro il cellulare, sceglie quella che gli interessa, dopo di che mette dei passi di sicurezza, coma la propria impronta digitale per autorizzare questo tipo di setup della propria app e non deve andare in filiale, non deve firmare niente e da qualche secondo dopo il suo cellulare è pronto per pagare in qualsiasi negozio nel quale esista un POS contactless”.

Decisivo, soprattutto in un Paese come l’Italia, che mantiene una quota di transazioni in contanti molto alta, il tema della sicurezza delle transazioni contactless, che con i telefoni cellulari si innalza ulteriormente rispetto agli standard delle carte di pagamento.

“Voi sapete – ha concluso Tessitore – che con le carte fino a 25 euro il pagamento va senza nessun tipo di riconoscimento, e questa caratteristica non è modificabile dal cliente, mentre con il cellulare è lui che sceglie se mettere una soglia di pagamento oltre la quale inserire le impronte digitali o il pin oppure se anche per solo 0,01 euro vuole l’autorizzazione del proprio dito o del proprio pin”.

La sfida, oltre che tecnologica, è dunque anche culturale. La scelta di una partnership con Samsung per Intesa Sanpaolo si spiega anche con la penetrazione nel mercato dei prodotti della casa coreana, oggi all’incirca detentrice di una quota del 50%, cifra che sale fino al 70 se si considerano tutti i telefonini, anche di altre case produttrici, che utilizzano il sistema operativo Android.

fonte askanews

I rischi dei nostri Wi-Fi, per il momento meglio il 4G

Siamo sotto attacco, direbbero in un blockbuster hollywoodiano, ma stavolta la minaccia sembra essere reale e potenzialmente pericolosa. Un gruppo di ricercatori dell’università belga KU Leuven ha scoperto diverse falle nell’algoritmo di crittografia Wpa2, uno dei sistemi di sicurezza utilizzati per proteggere le reti Wi-Fi e tutto ciò che ne passa attraverso: chat, mail, password, dati sensibili di carte di credito e bancomat.

La nuova tecnica d’attacco, denominata KRACK (Key Reinstallation Attacks), sfrutta queste falle nel sistema per intercettare i dati del processo “four way handshake”, tramite cui il dispositivo e il router si scambiano le chiavi crittografiche per cifrare i dati inviati. Sono quindi in pericolo smartphone, smart TV, computer portatili, in generale tutti i sistemi connessi a una rete, soprattutto se quella rete è pubblica. Questo perché un eventuale hacker, per attaccare un dispositivo connesso, deve trovarsi nell’area coperta dal segnale, che negli access point pubblici è molto più ampia rispetto a quella di una rete domestica.

Dalla stessa università KU Leuven ci dicono che per ora la vulnerabilità del sistema non è stata ancora sfruttata, mentre i ricercatori analizzano possibili soluzioni da maggio scorso, quando le falle sono state scoperte. Ma ora che la notizia è pubblica molti hacker malintenzionati potrebbero decidere di approfittarne. Ma non c’è bisogno di andare nel panico. Microsoft ha annunciato in mattinata che tutti i sistemi Windows sono al sicuro, se hanno già installato l’ultimo pacchetto di aggiornamenti. Mentre per sistemi iOS e Android ci vorrà qualche settimana. Le diverse aziende che costruiscono e vendono router Wi-Fi sono state avvisate settimane fa e dovrebbero aver già aggiornato i sistemi di sicurezza dei loro prodotti.

Il consiglio è quindi quello di aggiornare il proprio modem domestico e i sistemi operativi, nella speranza che la falla sia neutralizzata anche nei punti di accesso pubblici. Nel frattempo, quando ci troviamo all’aperto, per un po’ sarà meglio utilizzare la rete mobile 3G/4G, immune al problema, sperando, sempre come direbbero ad Hollywood, in un lieto fine.

fonte iltempo.it

Luigi Di Maio e l’Operazione San Gennaro

Riprendo l’articolo di Paolo Armelli pubblicato ieri su wired.it,  un’analisi puntuale sui “non fenomeni” della politica italiana.

Ieri la notizia politica del giorno, direte voi, è stata la nomination di altri sette candidati alle primarie del Movimento 5 Stelle per la carica di premier: accanto a questi attivisti praticamente sconosciuti (“Spero mi voti almeno mia moglie“, dice uno di loro) campeggia la figura del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, che dopo la mancata candidatura degli altri big a cinque stelle ha la strada spianata verso la vittoria. E invece no: la grande notizia politica del giorno, ieri, è stato il fatto che lo stesso Di Mario sia andato a baciare San Gennaro.

La liquefazione del sangue del santo più amato di Napoli è un evento che raccoglie ogni volta l’attenzione di migliaia e migliaia di fedeli (nonché di numerosi media in cerca di click facili). Non c’è veramente nulla per cui biasimare l’aspirante presidente del Consiglio Di Maio, dunque, per un’operazione di immagine (e, chissà, plausibilmente anche di fede personale) comune a tanti. È però quel comune a tanti che fa riflettere.

Come scrive Gramellini oggi sul Corriere “da Gava a De Magistris, passando per Bassolino, tante sono le labbra di masanielli devoti che attraverso di lui hanno cercato di ingraziarsi il cardinalone e il popolino“: insomma è ancora una volta la stessa history repeating di una politica italiana che non sa dimostrare un minimo di laicità e che si piega alla photo opportunity di un momento sacrale e popolare assieme.

Fa strano anche perché il Movimento 5 Stelle è sempre sembrato, a voler generalizzare le sue diverse e spesso contraddittorie anime, un’iniziativa politica di rottura, di svecchiamento, di affrancamento dalle routine e dalle esibizioni della solita retorica arruffapopolo, addirittura quasi di natura laica se non esoterica.

Tutte caratteristiche che paiono collidere con un allineamento cattolico. Anche se è vero che un miscuglio di vecchi valori quali patria e famiglia si stanno in qualche modo affacciando sempre di più nella comunicazione politica grillina.

L’intera operazione San Gennaro, secondo alcune indiscrezioni, è stata fra l’altro orchestrata dall’esperto di comunicazione politica Vincenzo Spadafora, già vicino prima a Rutelli, poi a Montezemolo e sempre al cardinal Sepe. Non esattamente il nuovo che avanza, ma di certo una grande esperienza nel collocare i vari personaggi al centro dell’attenzione mediatica.

Non possiamo dire che un singolo episodio come quello di San Gennaro faccia di Di Maio un’alternativa già vecchia. Anzi, in uno sprazzo di giovanilismo che ricorda i fasti dell’Erasmus, sembra che nella prima biografia a lui dedicata il giovane politico abbia dichiarato, rispondendo a un lavapiatti di Bruxelles: “Se vinceremo potrai tornare, se falliremo ti raggiungeremo“. Qual è il gioco di questi politici giovani, scattanti e rivoluzionari, dunque, che però talvolta si fanno ammaliare dalle sirene della comunicazione politica più reazionaria
Prendiamo pure il caso di Emmanuel Macron in Francia: la sua campagna elettorale a dir poco disruptive ha in un sol colpo arginato i fascisti di Le Pen, fatto arretrare i Repubblicani e mandato in tilt l’intero Partita Socialista. Tuttavia il nuovo e più giovane presidente della Repubblica Francese si è fatto prendere un po’ la mano, appena eletto, da alcuni rigurgiti di gaullismo e soprattutto da una mania per il make up (26mila euro di trucco in tre mesi) degna solo del Berlusconi dei tempi d’oro. A proposito di Berlusconi, grazie alle cure e alla dieta di Merano e alle foto pimpanti in autogrill, sembra il più giovane di tutti (ripetiamo: sembra).

Viene da chiedersi se si possa veramente portare il nuovo in politica, o non siano i meccanismi stessi della politica, della comunicazione e del consenso a fagocitare qualsiasi tentativo di giovanilismo risputandolo come immagine fatta e finita da Ancien Régime. Lo stesso purismo grillino, lodato da molti per la sua genuinità e per la sua dirompenza, a detta di molti si è appannato appena i loro rappresentanti hanno messo piede nei palazzi che contano (non era successo lo stesso al celodurismo dei leghisti, vent’anni fa?). Insomma non bastano i social e la democrazia partecipata per cambiare del tutto il racconto della politica. Scherza coi vaccinanti, ma lascia stare i santi.

Solcare i mari della comunicazione

Mollare gli ormeggi e solcare i mari della comunicazione è sempre un’impresa. Una distesa virtuale, ma non solo, che si perde nell’infinito. Una distesa liquida, e per questo in continuo mutamento: il navigatore sa da dove parte, ma non sa dove arriverà. Le mete sono pressoché infinite, e anche queste soggette a mutamenti. E, se nei tempi antichi la stella Polare rivestiva il ruolo di compagna di viaggio, oltre che di guida, oggi chi si occupa di comunicazione non può certo dire di poter fare affidamento su qualcosa di simile. Anche le bussole sarebbero inutili. Nel mare magnum della comunicazione contemporanea, infatti, si naviga a vista. Molti si perdono, altri – pochi – approdano in qualche porto sconosciuto.

Alberto Contri, classe ’44, manager, docente di Comunicazione Sociale alla Iulm, ex consigliere d’amministrazione della Rai, con il suo libro “McLuhan non abita più qui?” veste i panni del “lupo di mare” e, forte della sua pluriennale esperienza, si è cimentato nella non facile impresa di descrivere e spiegare la comunicazione, dalla nascita sino ai giorni nostri.

Interessante la figura utilizzata da Contri per spiegare l’evoluzione della comunicazione: una lunga molla le cui spire si comprimono, in un primo momento lentamente, intervallo di tempo che ha inizio circa 50mila anni fa, poi sempre più serrate man mano che ci si avvicina ai giorni nostri. Spire che seguono il ritmo delle continue trasformazioni subite dalla comunicazione, adeguatasi nel corso dei millenni alle diverse esigenze della razza umana: dai primi versi gutturali dell’uomo di Cro-magnon alle pitture rupestri, dalla nascita della scrittura fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili fusi in piombo a opera di Johannes Gutenberg, per poi arrivare alle soglie del XIX secolo, quando la comunicazione ha iniziato a trasformarsi a una velocità esorbitante. Dall’avvento dei quotidiani, della fotografia, del cinema, della telefonia, sino alla comparsa della radio e della televisione. Ultimo, ma non certo per importanza, l’arrivo del computer e, negli anni ’90, di internet.

Internet ha segnato i nostri tempi e il mondo della comunicazione. Come spiega Contri, è come se fossimo immersi nel Kali Yuga, un “periodo oscuro in cui è sovrano l’aspetto quantitativo delle cose, considerato secondo una prospettiva materialistica”. Una fase, assumendo la versione ciclica cosmica guenoniana, in cui l’uomo è sovraccaricato da una mole pressoché infinita di informazioni, a cui si collega la mancanza di tempo per usufruirne.

Non bisogna nemmeno pensarci troppo per accorgerci che al giorno d’oggi, e nel campo di cui ci occupiamo, l’aspetto quantitativo è preponderante: basta riflettere sul valore attribuito allo share quando si tratta di giudicare un programma televisivo, a prescindere dalla sua qualità. Guénon aveva individuato anche il segnale rivelatore della fine del ciclo Kali Yuga: la diffusa sensazione della progressiva accelerazione del tempo, il che costituisce senza alcun dubbio una caratteristica saliente della nostra epoca.

Una situazione decisamente paradossale, in cui le persone, compresse in spire sempre più serrate, sono subissate da un numero maggiore di stimoli e di azioni da compiere. E, nel tentativo di riemergere, reagiscono cercando di diventare multitasking anche grazie alle opportunità fornite dalle diverse tecnologie messe a loro disposizione: gli stessi computer, gli smartphone, i tablet, ma anche console, decoder e iPod.

“Mezzi che veicolano il messaggio”, avrebbe sostenuto il massmediologo canadese McLuhan. Ma McLuhan si riferiva al mondo della comunicazione di mezzo secolo fa, quando questa era unidirezionale e veniva calata dall’alto, da uno a tutti. Oggi, come ribadito più volte da Contri, la situazione è cambiata: il world wide web ha rivoluzionato questo rapporto. Da “il mezzo è il messaggio” si è passati a “la gente è il messaggio”, ramificandosi in infinite direzione, “da tutti a tutti”.

Diversi i rischi esaminati da Contri legati ai nuovi media, su tutti la “costante attenzione parziale”, una patologia – o quasi – dovuta allo spropositato numero di funzioni messe a disposizione delle persone, e al loro stare continuamente connessi. Una ingerenza costante, che costringe il nostro cervello a compiere più compiti nello stesso arco di tempo, come fossimo noi stessi dei computer.

Basta osservare le persone in attesa alla fermata di un autobus: difficile trovarne una che, insensibile a quanto avviene nell’ambiente circostante, non tenga gli occhi fissi sul suo smartphone, intenta a inviare o ricevere messaggi, chattare su WhatsApp, Twitter, Snapchat, Facebook, guardare siti sulla Rete. Un comportamento che diventa patologico quando interferisce con ogni altra attività di relazione, che si stia a tavola, che si stia parlando con altri, che si stia partecipando a una riunione o a una lezione, che si stia fruendo di altri media.

Facile comprendere le conseguenze derivanti dalla “costante attenzione parziale”, soprattutto nelle giovani generazioni. Generazioni che Contri, nel corso della sua esperienza di docente universitario, ha avuto modo di osservare da vicino, arrivando alla conclusione che la raccolta di spizzichi di nozioni, insieme al troppo precoce abbandono della scrittura a mano in favore dell’uso della tastiera di un computer, provoca alla fine un ritardo del linguaggio e un pensiero sempre più destrutturato: “Con il naso sempre sullo smartphone i miei studenti credono di essere sempre connessi con la realtà, e invece ne sono sempre più fuori. Lo dimostra il linguaggio smozzicato e confuso con cui un numero crescente di loro si presenta agli esami e alla discussione delle tesi”.

Contri non assume mai un atteggiamento inquisitorio nei confronti delle nuove tecnologie, tutt’altro. Ma si è comunque accorto che occorre porre un freno a questo continuo “bombardamento” digitale e virtuale, offrendo diverse soluzioni. Tra tutte spicca la digital detox ideata da Richard Brenson, ceo del gruppo Virgin.

Ma il problema non riguarda solo gli studenti: nel mondo del lavoro e dell’impresa ci si sta rendendo conto che la dipendenza da smartphone, tablet e pc provoca stress e, alla fine, un dannoso calo del rendimento complessivo. Così Richard Branson, ceo del gruppo Virgin, ha presentato nell’autunno 2016 la sua ultima iniziativa per la salute e il benessere dei dipendenti: un programma di digital detox, che si svolgerà ogni mercoledì mattina per due ore, durante le quali i lavoratori potranno staccarsi dai dispositivi digitali per andare in palestra, passeggiare in mezzo alla natura o svolgere altre attività rigorosamente offline. L’idea è nata per incoraggiare i dipendenti a passare più tempo a comunicare con i colleghi, smettere di concentrarsi sulla casella di posta elettronica e allontanarsi dalla scrivania.

Come scrive lo stesso Contri, “le nuove opportunità offerte dai media digitali ci pongono davanti a un bivio: trasformare consumatori e cittadini in numeri di un data-base, in oggetti di comunicazioni assillanti e invasive, con un linguaggio primordiale sempre più schematico e impoverito, oppure in interlocutori attivi delle imprese, dei media, della società, sempre più dotati di senso critico e padroni della tecnologia a loro disposizione”.

Ai professionisti della comunicazione è richiesta una “reale responsabilità sociale”, così da evitare l’attuarsi della prima opzione. In caso contrario “il marketing, la pubblicità e il business finiranno per divorare se stessi, mentre algoritmi gestiti da pochi governeranno il mondo come un nuovo opprimente Grande Fratello. E l’Armageddon sarà davvero alle porte”.

fonte huffingtonpost.it

Pd: sinistra neolaburista che saccheggia politiche di destra

La “vera” sinistra è davvero poco attrezzata per affrontare le problematiche fondamentali del nostro tempo – come sostenne anni fa anche Christopher Lasch – mentre le uniche formazioni oggi capaci di farlo sono: una sinistra neolaburista che saccheggia politiche di destra importandole nel proprio programma oppure i movimenti populisti che si pongono come forze post-ideologiche ma che, in loro parecchie manifestazioni, assumono posizioni tipicamente di destra.

Cacciari: Questione immigrazione è un incendio che divora ogni ragionamento

Riprendo volentieri l’intervista che Massimo Cacciari ha rilasciato a Repubblica, pubblicata ieri sulle pagine del quotidiano .   

Un ottimo intervento ,  centrato sugli errori di comunicazione della sinistra nel rappresentare il fenomeno.

Cacciari, la questione immigrazione avanza come un incendio che divora ogni ragionamento…
“E’ vero. Siamo passati da una fase di comprensibile timore di fronte all’evidente aggravarsi del problema, con un’Europa impotente e il nuovo protagonismo della destra xenofoba ad una fase – quella di adesso – in cui subiamo passivamente le palle che sparano dall’altra parte. Non c’è reazione, tentativo di controbattere e razionalizzare. Al contrario si cerca di tradurre in “moderatese” quello che certa destra urla in modo forsennato”.

Clima brutto.
“Prevalgono parole di odio e violenza. Ed è tipico delle grandi crisi di regime. Le orecchie si chiudono, l’ascolto diventa impossibile. Subentra la logica dell’amico/nemico. La crisi non è più in mano di chi governa. Non sottovaluto la situazione. Siamo in un’epoca di trasformazioni radicali che generano paure e disagi. Dico però che la cosiddetta sinistra non fa nulla per contrastare questo clima”.

Cosa dovrebbe fare?
“Deve cambiare la comunicazione, bisogna rappresentare la questione immigrati in modo razionale, evidenziare i punti deboli nella gestione, i suoi tempi lunghi, fornire dati economici, spiegare che non c’è un’invasione che toglie il pane alla gente. C’è un fenomeno epocale che va governato, con una grande progettualità, con i piani di aiuto ai Paesi di provenienza, con l’Europa che si prende le sue responsabilità. Mi è piaciuto il video di Saviano su Repubblica. Non amo sempre l’uomo ma in questo caso ha smontato efficacemente le menzogne della destra, i luoghi comuni. Non è una tragedia se Sesto San Giovanni dovrà accogliere 100 immigrati. La tragedia vera è di quei poveretti che vanno in mare e vengono ricacciati nei lager della Libia. Si è rovesciata totalmente la scala dei valori”.

Il ministro Minniti dice di aver temuto per la tenuta del sistema democratico nel momento di massima crisi migratoria.
“Ma scherziamo. Se così fosse vorrebbe dire che l’attuale sistema democratico è marcio e allora merita di finire! Non bisogna temere di perdere voti e creare un clima parossistico. Così vince la destra. Bisogna rappresentare bene la questione. La politica deve essere razionale non è fatta per dire alla gente: “hai ragione”, non deve ascoltare le domande e ripeterle. Deve dare risposte e indicare prospettive”.

Però bisogna anche rispettare il senso di inquietudine della collettività.
“Certo, per questo serve una buona comunicazione della politica. Bisogna smontare le menzogne che seminano il panico. La percezione di insicurezza non è creata solo dal problema immigrazione. Siamo un Paese con il 35 per cento di giovani disoccupati,

con milioni di individui in miseria, con il Meridione in mano alla criminalità organizzata. Se il Pil fosse schizzato al 15 per cento, le reazioni della gente ai migranti sarebbero molto diverse. Ma la realtà un’altra. E allora vince chi grida di più”.