Categoria: Costume e Società

Intesa San Paolo e Samsung Pay

Intesa Sanpaolo accelera nel settore dei pagamenti in mobilità, siglando un’alleanza con Samsung per il sistema Samsung Pay, già diffuso in 18 Paesi, che viene ad ampliare l’offerta della banca già esistente in questo settore, che in Italia ha ancora grandi margini di crescita. Massimo Tessitore, responsabile della Direzione Multicanalità integrata di Intesa Sanpaolo, ci ha presentato così l’accordo.

“Noi – ha detto ad askanews – siamo fuori già da più di un anno con PayGo, che è la soluzione che permette a tutti i possessori di cellulari Android, i cosiddetti NFC, quindi contactless, di pagare in tutti gli esercizi che hanno un POS contactless qualsiasi loro acquisto. Da oggi entriamo anche con Samsung Pay, una soluzione che abbiamo adottato perché ci piace fare partnership con grandi player internazionali, in cui i possessori di cellulari Samsung di ultima generazione potranno avere un’esperienza ancora più semplice e soprattutto pagare su qualsiasi POS”.

A livello pratico l’operazione è stata concepita per essere il più semplice possibile, con una procedura interamente gestibile dall’utente.

“Il nostro cliente che ha già una carta di credito e ha già la nostra app – ha spiegato Tessitore – va sul servizio PayGo, si trova già le carte che ha a disposizione e che sono virtualizzabili, quindi inseribili dentro il cellulare, sceglie quella che gli interessa, dopo di che mette dei passi di sicurezza, coma la propria impronta digitale per autorizzare questo tipo di setup della propria app e non deve andare in filiale, non deve firmare niente e da qualche secondo dopo il suo cellulare è pronto per pagare in qualsiasi negozio nel quale esista un POS contactless”.

Decisivo, soprattutto in un Paese come l’Italia, che mantiene una quota di transazioni in contanti molto alta, il tema della sicurezza delle transazioni contactless, che con i telefoni cellulari si innalza ulteriormente rispetto agli standard delle carte di pagamento.

“Voi sapete – ha concluso Tessitore – che con le carte fino a 25 euro il pagamento va senza nessun tipo di riconoscimento, e questa caratteristica non è modificabile dal cliente, mentre con il cellulare è lui che sceglie se mettere una soglia di pagamento oltre la quale inserire le impronte digitali o il pin oppure se anche per solo 0,01 euro vuole l’autorizzazione del proprio dito o del proprio pin”.

La sfida, oltre che tecnologica, è dunque anche culturale. La scelta di una partnership con Samsung per Intesa Sanpaolo si spiega anche con la penetrazione nel mercato dei prodotti della casa coreana, oggi all’incirca detentrice di una quota del 50%, cifra che sale fino al 70 se si considerano tutti i telefonini, anche di altre case produttrici, che utilizzano il sistema operativo Android.

fonte askanews

Solcare i mari della comunicazione

Mollare gli ormeggi e solcare i mari della comunicazione è sempre un’impresa. Una distesa virtuale, ma non solo, che si perde nell’infinito. Una distesa liquida, e per questo in continuo mutamento: il navigatore sa da dove parte, ma non sa dove arriverà. Le mete sono pressoché infinite, e anche queste soggette a mutamenti. E, se nei tempi antichi la stella Polare rivestiva il ruolo di compagna di viaggio, oltre che di guida, oggi chi si occupa di comunicazione non può certo dire di poter fare affidamento su qualcosa di simile. Anche le bussole sarebbero inutili. Nel mare magnum della comunicazione contemporanea, infatti, si naviga a vista. Molti si perdono, altri – pochi – approdano in qualche porto sconosciuto.

Alberto Contri, classe ’44, manager, docente di Comunicazione Sociale alla Iulm, ex consigliere d’amministrazione della Rai, con il suo libro “McLuhan non abita più qui?” veste i panni del “lupo di mare” e, forte della sua pluriennale esperienza, si è cimentato nella non facile impresa di descrivere e spiegare la comunicazione, dalla nascita sino ai giorni nostri.

Interessante la figura utilizzata da Contri per spiegare l’evoluzione della comunicazione: una lunga molla le cui spire si comprimono, in un primo momento lentamente, intervallo di tempo che ha inizio circa 50mila anni fa, poi sempre più serrate man mano che ci si avvicina ai giorni nostri. Spire che seguono il ritmo delle continue trasformazioni subite dalla comunicazione, adeguatasi nel corso dei millenni alle diverse esigenze della razza umana: dai primi versi gutturali dell’uomo di Cro-magnon alle pitture rupestri, dalla nascita della scrittura fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili fusi in piombo a opera di Johannes Gutenberg, per poi arrivare alle soglie del XIX secolo, quando la comunicazione ha iniziato a trasformarsi a una velocità esorbitante. Dall’avvento dei quotidiani, della fotografia, del cinema, della telefonia, sino alla comparsa della radio e della televisione. Ultimo, ma non certo per importanza, l’arrivo del computer e, negli anni ’90, di internet.

Internet ha segnato i nostri tempi e il mondo della comunicazione. Come spiega Contri, è come se fossimo immersi nel Kali Yuga, un “periodo oscuro in cui è sovrano l’aspetto quantitativo delle cose, considerato secondo una prospettiva materialistica”. Una fase, assumendo la versione ciclica cosmica guenoniana, in cui l’uomo è sovraccaricato da una mole pressoché infinita di informazioni, a cui si collega la mancanza di tempo per usufruirne.

Non bisogna nemmeno pensarci troppo per accorgerci che al giorno d’oggi, e nel campo di cui ci occupiamo, l’aspetto quantitativo è preponderante: basta riflettere sul valore attribuito allo share quando si tratta di giudicare un programma televisivo, a prescindere dalla sua qualità. Guénon aveva individuato anche il segnale rivelatore della fine del ciclo Kali Yuga: la diffusa sensazione della progressiva accelerazione del tempo, il che costituisce senza alcun dubbio una caratteristica saliente della nostra epoca.

Una situazione decisamente paradossale, in cui le persone, compresse in spire sempre più serrate, sono subissate da un numero maggiore di stimoli e di azioni da compiere. E, nel tentativo di riemergere, reagiscono cercando di diventare multitasking anche grazie alle opportunità fornite dalle diverse tecnologie messe a loro disposizione: gli stessi computer, gli smartphone, i tablet, ma anche console, decoder e iPod.

“Mezzi che veicolano il messaggio”, avrebbe sostenuto il massmediologo canadese McLuhan. Ma McLuhan si riferiva al mondo della comunicazione di mezzo secolo fa, quando questa era unidirezionale e veniva calata dall’alto, da uno a tutti. Oggi, come ribadito più volte da Contri, la situazione è cambiata: il world wide web ha rivoluzionato questo rapporto. Da “il mezzo è il messaggio” si è passati a “la gente è il messaggio”, ramificandosi in infinite direzione, “da tutti a tutti”.

Diversi i rischi esaminati da Contri legati ai nuovi media, su tutti la “costante attenzione parziale”, una patologia – o quasi – dovuta allo spropositato numero di funzioni messe a disposizione delle persone, e al loro stare continuamente connessi. Una ingerenza costante, che costringe il nostro cervello a compiere più compiti nello stesso arco di tempo, come fossimo noi stessi dei computer.

Basta osservare le persone in attesa alla fermata di un autobus: difficile trovarne una che, insensibile a quanto avviene nell’ambiente circostante, non tenga gli occhi fissi sul suo smartphone, intenta a inviare o ricevere messaggi, chattare su WhatsApp, Twitter, Snapchat, Facebook, guardare siti sulla Rete. Un comportamento che diventa patologico quando interferisce con ogni altra attività di relazione, che si stia a tavola, che si stia parlando con altri, che si stia partecipando a una riunione o a una lezione, che si stia fruendo di altri media.

Facile comprendere le conseguenze derivanti dalla “costante attenzione parziale”, soprattutto nelle giovani generazioni. Generazioni che Contri, nel corso della sua esperienza di docente universitario, ha avuto modo di osservare da vicino, arrivando alla conclusione che la raccolta di spizzichi di nozioni, insieme al troppo precoce abbandono della scrittura a mano in favore dell’uso della tastiera di un computer, provoca alla fine un ritardo del linguaggio e un pensiero sempre più destrutturato: “Con il naso sempre sullo smartphone i miei studenti credono di essere sempre connessi con la realtà, e invece ne sono sempre più fuori. Lo dimostra il linguaggio smozzicato e confuso con cui un numero crescente di loro si presenta agli esami e alla discussione delle tesi”.

Contri non assume mai un atteggiamento inquisitorio nei confronti delle nuove tecnologie, tutt’altro. Ma si è comunque accorto che occorre porre un freno a questo continuo “bombardamento” digitale e virtuale, offrendo diverse soluzioni. Tra tutte spicca la digital detox ideata da Richard Brenson, ceo del gruppo Virgin.

Ma il problema non riguarda solo gli studenti: nel mondo del lavoro e dell’impresa ci si sta rendendo conto che la dipendenza da smartphone, tablet e pc provoca stress e, alla fine, un dannoso calo del rendimento complessivo. Così Richard Branson, ceo del gruppo Virgin, ha presentato nell’autunno 2016 la sua ultima iniziativa per la salute e il benessere dei dipendenti: un programma di digital detox, che si svolgerà ogni mercoledì mattina per due ore, durante le quali i lavoratori potranno staccarsi dai dispositivi digitali per andare in palestra, passeggiare in mezzo alla natura o svolgere altre attività rigorosamente offline. L’idea è nata per incoraggiare i dipendenti a passare più tempo a comunicare con i colleghi, smettere di concentrarsi sulla casella di posta elettronica e allontanarsi dalla scrivania.

Come scrive lo stesso Contri, “le nuove opportunità offerte dai media digitali ci pongono davanti a un bivio: trasformare consumatori e cittadini in numeri di un data-base, in oggetti di comunicazioni assillanti e invasive, con un linguaggio primordiale sempre più schematico e impoverito, oppure in interlocutori attivi delle imprese, dei media, della società, sempre più dotati di senso critico e padroni della tecnologia a loro disposizione”.

Ai professionisti della comunicazione è richiesta una “reale responsabilità sociale”, così da evitare l’attuarsi della prima opzione. In caso contrario “il marketing, la pubblicità e il business finiranno per divorare se stessi, mentre algoritmi gestiti da pochi governeranno il mondo come un nuovo opprimente Grande Fratello. E l’Armageddon sarà davvero alle porte”.

fonte huffingtonpost.it

Coromoro, l’integrazione parte dalla musica

I primi rifugiati nelle Valli di Lanzo, in provincia di Torino, arrivano nella primavera 2014. Sono accolti con diffidenza dalla popolazione locale che vede i “moru” girare per le vie dei paesi in ciabatte nonostante il freddo.  “Siamo stati tra i primi ad avvicinarli – spiega Luca Baraldo, il fondatore del CoroMoro – per un anno intero siamo andati a trovarli e gli abbiamo proposto di unirsi in un coro”.  Così è nato il CoroMoro, un coro formato da rifugiati che ha alle spalle oltre più di cento concerti in giro per il Piemonte. Il repertorio è quello della canzone popolare piemontese con inserimenti delle tradizioni musicali del diversi paesi dell’Africa: “In queste zone non si parla italiano, ma solo piemontese – racconta Aliou, 22 anni dal Senegal – così le canzoni tradizionali ci hanno aiutato a imparare la lingua per poterci esprimere”. Un processo di integrazione che si scontra con il problema dei documenti: molti dei ragazzi del coro hanno il foglio di via in tasca: non possono stare in Italia, ma al tempo stesso non possono andare negli altri paesi dell’Europa che non li vogliono. “Vivono in un limbo – conclude Baraldo –  CoroMoro è un’opportunità per loro di guadagnarsi da vivere senza cadere nel lavoro nero”

articolo completo sul fattoquotidiano

Mps “statalizzato”, ma il management non cambia

L’intervento dello Stato chiude un capitolo abbastanza vergognosodella storia del MontePaschi ma non è risolutivo perché restano sul tappeto, irrisolti, tutti i nodi che hanno portato la terza banca italiana a un passo dal bail-in. La bocciatura del mercato è una lezione di quelle che sarebbe opportuno imparare in fretta per evitare di gettare al vento miliardi di euro di denaro pubblico. Invece si fa come se nulla fosse accaduto: a quanto si apprende, il timone dell’istituto senese resterà in mano a Marco Morelli, il manager imposto al Tesoro da Jp Morgan, così come Pier Carlo Padoan è tranquillamente seduto sulla poltrona di ministro del Tesoro nonostante poche settimane fa sia formalmente cambiato il governo. A ben vedere, poi, anche prima dell’intervento dello Stato il Tesoro era già il primo azionista a Siena con una quota del 4%.

In una situazione del genere è difficile che vengano dati segnali di discontinuità, a meno che l’Unione europea e la Bce non impongano un deciso cambio di rotta a partire dal piano industriale. Quello presentato da Morelli si è dimostrato palesemente inadeguato e poco credibile, tanto che il mercato l’ha bocciato non aderendo alla ricapitalizzazione della banca: verrà riscritto o verrà fatto un sostanziale copia-incolla di quello precedente, introducendo alcune modifiche per tener conto delle nuove circostanze che si sono venute a creare?

L’altro tema forte è quello della riduzione delle sofferenze. Il MontePaschi deve ottemperare alla richiesta della Bce: lo farà proseguendo lungo i binari dell’operazione già tracciata con il fondo Atlante che prevede la cessione di 27,1 miliardi di non performing loans o si coglierà l’occasione per valutare strade e modalità differenti? Essendo il fondo Atlante quello che è – un fondo simil-privato finanziato anche con capitali pubblici e nato per intervenire nelle situazioni di difficoltà delle banche italiane – è molto difficile che il suo ruolo venga messo in discussione e, di conseguenza, è altamente probabile che l’operazione sui non performing loans venga fatta sostanzialmente così come è stata concepita nel corso di questi mesi.

Quindi, cosa cambierà con la nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena? Probabilmente niente, se non che tutti i costi e i rischi del salvataggio verranno caricati sulle spalle dello Stato, cioè sulle nostre. Ci rimetteranno anche i risparmiatori che hanno in portafoglio obbligazioni subordinate, ma – a quanto si legge nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri che nella notte ha deciso l’intervento nel capitale di Siena – verranno ristorati con nuove obbligazioni meno rischiose. Un meccanismo molto diverso da quello che è stato adottato giusto un anno fa per gli obbligazionisti di Popolare Etruria, Banca delle Marche, CariFerrara e Carichieti che ancora oggi stanno peraltro aspettando il decreto sugli arbitrati. Attenzione però, perché si stanno ancora una volta facendo i conti senza l’oste: i segnali e le dichiarazioni che stanno arrivando da Bruxelles sembrano improntate su un via libera di massima ai piani del governo, ma sono in corso trattative serrate e solo nei prossimi giorni o settimane si capirà se il decreto per l’intervento pubblico in Mps passerà l’esame europeo e quale sarà il testo finale. Fino a quel momento non si può escludere nulla a priori, nemmeno il bail-in.

In ogni caso, comunque si configuri l’ingresso dello Stato nel capitale della banca senese, è certo che si tratta di un’operazione a scadenza: entro 12, massimo 18 mesi (ma l’Italia naturalmente ne sta chiedendo 24…) lo Stato dovrà uscire dal capitale. Il che significa vendere la terza banca del Paese. Viste le difficoltà incontrate nella cessione delle banche andate in risoluzione lo scorso anno (al momento sono ancora tutte e quattro in carico al Fondo nazionale di risoluzione della Banca d’Italia), c’è da chiedersi come verrà affrontato questo percorso. Non basterà certo ridurre le sofferenze per rendere appetibile Mps agli occhi degli investitori, altrimenti questi non avrebbero esitato a investire nell’operazione di aumento di capitale che è invece andata deserta. Basteranno davero 18 mesi o anche due anni per risanare la banca? E se non si troverà nessuno disposto a entrare nel capitale al posto dello Stato, cosa succederà? La sensazione è che con la nazionalizzazione ancora una volta non verrà preso il toro per le corna, perché questo governo – come del resto il precedente – guarda al breve, anzi al brevissimo periodo. E in questo modo i miliardi pubblici che verranno profusi per salvare il MontePaschi rischiano di servire solo a comprare ulteriore tempo nella vana speranza che le cose finiscano con l’aggiustarsi da sole.

via il fattoquotidiano.it

Un mondo migliore

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, vinte da Donald Trump, hanno generato un dibattito attorno alle domande: “I social network ci fanno vivere in bolle mediatiche frequentate solo da chi ha idee simili alle nostre?” e “Queste bolle alterano la nostra percezione della realtà?”. I due quesiti hanno aperto una discussione sull’attuale scarsa capacità predittiva degli eventi, manifestata – nel caso della vittoria di Trump – dai sondaggi e dalla maggior parte degli articoli dei giornali, che pronosticavano un’affermazione (quasi) certa della candidata democratica Hillary Clinton. In realtà la questione è molto più ampia.

E riguarda non solo i social media, ma l’intero sistema che contribuisce alla comprensione e alla lettura del mondo da parte dei cittadini. Paul Dolan, professore di Scienze comportamentali alla London School of Economics and Political Science, ha studiato la questione, concludendo che l’umore e la fiducia nel futuro delle persone sono condizionati da singoli eventi che, seppur di grande impatto mediatico, si devono considerare effimeri rispetto a trend molto più grandi.

Se infatti dicessimo che «il mondo sta meglio rispetto a vent’anni fa», solo una minoranza crederebbe a questa affermazione.

Eppure le cose stanno proprio così. Lo dicono i numeri su scala mondiale. Prendiamo quelli sull’indigenza. Nel 1970 il 60% delle persone viveva sotto la soglia di povertà, nel 2015 il dato è sceso al 9,6%. In numeri assoluti siamo passati da 2,2 miliardi a 700 milioni.

Nonostante questo, la percezione (sbagliata) che si ha dell’epoca che stiamo vivendo è quella di un periodo di declino. Si spiegano così fenomeni come la Brexit o l’elezione di Trump: in entrambi i casi le persone hanno mostrato un disagio e una forte richiesta di cambiamento. Ma allora perché, anche se il mondo va meglio, ci sembra che vada peggio? Le spiegazioni sono due. Una è nella natura dei cambiamenti. Quelli positivi sono caratterizzati da trend lenti e costanti, non correlati a fatti eclatanti (attentati terroristici, tsunami e così via). Difficilmente quindi trovano spazio nella discussione pubblica, sia essa sui giornali, sui social media, in famiglia o al bar tra amici.

La seconda spiegazione è di Martin Seligman, professore di Psicologia all’università della Pennsylvania. Seligman mette in relazione la fiducia nel presente e nel futuro con il controllo. In altre parole, è probabile che si sia positivi sulla nostra vita (non ci ammaleremo di cancro anche se fumiamo, non moriremo in auto anche superando i limiti di velocità) ma meno sul destino della società, perché fuori dal nostro controllo individuale. E i tempi che stiamo vivendo non sono certo controllabili. Le forti spinte che arrivano dall’innovazione (robotica, intelligenza artificiale, genetica, medicina, energie pulite, stampa 3D) stanno cambiando i paradigmi della nostra società che – anche se in condizioni migliori rispetto a qualche decennio fa – ci sembra fuori controllo e dunque in declino. Ma non è così.

Per questo abbiamo voluto dedicare Wired di dicembre alle “buone notizie” e ai loro ambasciatori; li abbiamo chiamati eroi, persone che con l’innovazione ci ricordano ogni giorno che il mondo è migliore di ieri. È il caso di Beatrice Vio, detta Bebe, la campionessa di scherma, protagonista della nostra copertina. A 11 anni è stata colpita da una malattia che uccide nel 97% dei casi. L’avrebbe potuta evitare con una vaccinazione in più. Ovvero grazie alla ricerca scientifica. Oggi Vio – per merito della tecnologia ma soprattutto della sua forza interiore – è diventata campionessa paralimpica.

Le storie che troverete nel numero di dicembre di Wired non rappresentano quindi un atto di stupido ottimismo, ma un altro racconto del mondo. Quello fatto di tante persone, più o meno famose, che ci permettono di vivere su un pianeta migliore. Anche se a volte non ce ne rendiamo conto.

(Il testo che avete appena letto è l’editoriale del numero di dicembre di Wired che trovate in edicola).